
LumenFORM
Un set fotografico an plein air sulla riva dell’isola di San Giorgio fronteggia la vista monumentale di San Marco e raduna un’ordinata composizione di vetri, abat jour e lampadari che con forme essenziali e geometrie dai rimandi nordici, talora futuristici, proiettano nella modernità uscendo dall’atmosfera sospesa della scena quasi spinta a cliché.
L’immagine, pubblicata sulla rivista Domus nel maggio 1962, pubblicizza i modelli della ditta veneziana LumenFORM, nata l’anno precedente e operativa nel campo dell’illuminazione e del design. La storia dell’azienda ha infatti inizio nel 1961 dall’acuta iniziativa di tre soci investitori, due veneziani e un triestino, già attivi commercianti nel settore tessile, calzaturiero e rivenditori di lampadari muranesi in Europa. Essi, incoraggiati dalla vivacissima atmosfera attorno al comparto vetrario muranese del tempo, decidono dunque di orientare l’attività verso quel florido e promettente settore.
Nato pure da uno slancio d’intuito dei suoi fondatori, il progetto trova spazio di realizzazione in un periodo congeniale alle novità, in cui scelte imprenditoriali e istanze artistiche rinnovano il rapporto tra il vetro e la città lagunare attraverso originalissime esperienze, a cui esso si allinea. In questo contesto, se da un lato le visioni di mercato sono favorite dal clima di ricostruzione del dopoguerra, dall’altro esse subiscono l’inevitabile influenza dell’esuberanza artistica e culturale offerta dal panorama veneziano, che appare come un magmatico crogiolo di mostre e iniziative rivolte alla sperimentazione, a cui partecipano artisti, istituzioni, gallerie, storici e critici d’arte, così come enti e privati dediti alla
valorizzazione delle produzioni e dell’artigianato locale.
La società Lumenform apre, dunque, nel cuore di Venezia, nel piano centrale del suggestivo complesso di Palazzo Van Axel, adibito a sede amministrativa e showroom; esso, oltre a essere spazio di vendita, si presta quale luogo ideale per le campagne fotografiche dei prodotti, affidate nel corso degli anni Sessanta a Gianni Berengo Gardin, fotografo e fotoreporter che otterrà fama internazionale – a cui pure si deve il magnetico scatto sull’isola di San Giorgio pubblicato su Domus.
Fin da subito, anche la progettazione dei modelli viene affidata a una nuova generazione di talenti, i cui nomi rimangono strettamente legati ai prodotti della prima stagione veneziana della società: sono Bruno Dolcetta, nel 1961 ancora studente di architettura a Venezia che collaborerà attivamente con l’azienda nei primissimi anni, fino al 1963, sebbene i suoi progetti saranno realizzati anche successivamente; e Alessandro Pianon, un giovane e estroso
architetto, già inserito nel settore della grafica e del disegno industriale con un proprio studio.
Al ritmo di due collezioni di nuovi modelli all’anno presentate
attraverso i cataloghi dell’azienda, tra il 1961 e il 1966, la produzione è rivolta a una gamma eterogenea di oggetti ideati dai due designer e realizzati nelle fornaci di Murano. Gli articoli proposti sono per lo più lampade e soprammobili in vetro, metallo, legno, plastica, concepiti con l’intento di «creare forme che si inseriscano come elemento indispensabile e integrativo nell’arredamento» contemporaneo.
Seppure in questa fase iniziale si annoveri la presenza di creazioni come vasi, bottiglie, ciotole di lodevole fattura, tanto da essere esposti alla Biennale di Venezia nel 1962, accanto a saggi di ditte di rilievo come Barovier & Toso, Salviati, Seguso Vetri d’Arte,
Venini, la Lumenform troverà un filone di continuità nel campo
dell’illuminazione, interpretando lo spirito del tempo attraverso
modelli dal potenziale iconico.
Gli ultimi anni del decennio marcano infatti un periodo di forte rinnovamento per la ditta: si assiste a diversi cambi di proprietà e la sede, tra il 1967 e il 1968, viene trasferita a Marghera. Inoltre, rispetto all’assetto originario di realtà imprenditoriale di piccole dimensioni, con appena una manciata di collaboratori,
dall’inizio degli anni Settanta l’impresa tenta di raggiungere
una struttura più solida e competitiva, contando una sessantina di dipendenti.
Con il consolidamento organizzativo e l’insediamento nel fulcro industriale della terraferma veneziana al culmine del suo sviluppo e espansione, viene pure aggiornata la produzione con il coinvolgimento di designer di rilievo, reclutati non più solo dal contesto locale, ma pure, e specialmente, dai centri di riferimento del design italiano, come Milano o Firenze. Tra essi figurano Claudio Salocchi, Studio Tetrarch, Cesare Leonardi & Franca Stagi, Angelo Mangiarotti, Studio Arditi, a cui si assommano presenze legate alle città di Padova e Venezia come Ennio Chiggio, Edoardo Landi, Paolo Piva, Carlo Nason.
Elementi modulari e componibili, strutture illuminanti in grado di generare soluzioni e effetti pressoché infiniti, forme elementari, autentiche nell’estrema semplificazione di linee dritte, curve, superfici
concave e convesse, si coniugano in plafoniere, lampade da tavolo, a sospensione, da terra, da parete, da soffitto, andando a comporre collezioni di spiccata progettualità, che sembrano al contempo trattenere evidenti riverberi delle tendenze artistiche di quei decenni.
Suggestioni dell’arte cinetica e programmata giungono ad esempio dalla presenza di Chiggio e Landi, già operativi in quei frangenti nell’ambito dell’esperienza padovana del Gruppo N, così come rimandi
riferibili all’arte optical sono già ravvisabili nelle ipnotiche
grafiche dei cataloghi di produzione della seconda metà degli anni Sessanta. Anche l’attenzione al dialogo tra gli
oggetti e lo spazio circostante, sondato in sinergia tra arte e
design, appare centrale in originali esposizioni come Eurodomus, dove Lumenform presenta i propri prodotti partecipando all’edizione
torinese del 1968.
In un vivacissimo susseguirsi di collezioni, avvedute collaborazioni e un’inesauribile inclinazione alla ricerca, la vicenda di LumenFORM,
attraversando decenni tanto floridi quanto destabilizzanti, si
conclude nel 1977 per l’impossibilità di sostenere una gestione sempre più onerosa.
Il flusso luminoso capace di dare forma a molteplici idee, come sembra rievocare il nome che sempre l’ha accompagnata, non appare tuttavia esaurito, quanto piuttosto conservato all’interno di una storia veneziana da riscoprire e di progetti senza tempo, che parlano di scelte, identità, arte e design.